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Hikikomori, giovani chiusi in casa per paura del mondo

Gli hikikomori  non lavorano, non studiano e difficilmente escono di casa. Reclusi sociali in costante crescita, con un’età media tendenzialmente bassa

Prigionieri in casa. In camera tutto il giorno, iperconnessi ma in perenne solitudine. Parliamo degli “hikikomori”, giovani che si ritirano dal mondo. Uno stato patologico, nato in Giappone, che riguarda migliaia di giovani nel mondo. Si stima che in Italia più di 100.000 ragazzi si sono rinchiusi in camera, dentro casa, precludendosi i rapporti sociali fisici con chi abbia continuato a vivere anche il mondo di fuori. Un fenomeno in crescita anche a causa del lockdown per il coronavirus. Al riguardo abbiamo chiesto il parere della psicologa Ines Catania.

Dottoressa si sente sempre più spesso parlare di hikikomori come condizione limitante per i giovani. Di che si tratta?

“L’ hikikomori, è una particolare condizione psicologica che letteralmente possiamo tradurre con “ritiro sociale”.
Tale condizione si caratterizza infatti proprio per un rifiuto verso la vita sociale e scolastica o lavorativa per un periodo di tempo prolungato di almeno 6 mesi e una mancanza di relazioni intime ad eccezione di quelle con i famigliari più stretti.
I giovani hikikomori possono mostrare il loro disagio in vario modo: restare chiusi in casa tutto il giorno, oppure uscire solo di notte o di prima mattina quando hanno la certezza di non incontrare conoscenti, oppure ancora fingere di recarsi a scuola o al lavoro e invece girovagare senza meta per tutto il giorno.
Il fenomeno è stato spesso e forse erroneamente, associato all’internet addiction, ma gli studi mostrano che solo nel 10% dei casi è stato riscontrato anche questo tipo di dipendenza. In realtà al momento è stata trovata solo una correlazione tra i comportamenti di ritiro sociale e alcuni sintomi dell’internet addiction ma ancora non è stato condotto uno studio che permetta di stabilire una relazione causale tra i due fattori“.

Come riconoscere un Hikikomori?

“In genere gli hikikomori presentano alcune caratteristiche comuni. Nonostante sia un disturbo variegato sembra essere predominante in soggetti che presentano alcune caratteristiche:

Giovane tra i 14 e i 30 anni
Estrazione sociale medio-alta
Di sesso maschile (nel 90% dei casi)
Figlio unico
In genere genitori entrambi laureati in cui uno dei due genitori, in genere il padre, risulta assente in famiglia e spesso ricopre incarichi dirigenziali.
Gli hikikomori presentano in genere un completo e totale isolamento sociale, un rifiuto di una qualunque tipologia di rapporti interpersonali non solo esterni ma anche all’interno del proprio nucleo familiare. Spesso le interazioni sociali sono nulle anche con i genitori conviventi, le uniche interazioni sociali con loro si concretizzano nei momenti in cui viene passato il piatto con il pasto all’interno della stanza da letto“.

Quali possono essere le cause scatenanti?

“Tra le principali cause dell’hikikomori sono state elencate :

1) forte disagio all’interno del contesto familiare e sociale.
Interdipendenza fra genitori e figli (lo stile genitoriale protettivo e amorevole incarnato nel concetto psicologico di “amae”, può favorire la dipendenza madre-bambino .

2) Forti pressioni psicologiche da parte dei genitori esercitate sui figli.
Severità del sistema educativo scolastico: il fenomeno dell’hikikomori si sviluppa solitamente dopo che il giovane ha trascorso un lungo periodo di assenza da scuola. L’assenteismo scolastico è spesso la prima manifestazione del comportamento di ritiro.

3) Da non sottovalutare che, l’essere stati vittime di forme gravi di “bullismo scolastico”, puo’ incidere fortemente sullo sviluppo di questa condizione”.

Come intervenire efficacemente per contenere il disagio?

“A tal proposito, sottolineo che l ‘ostacolo più difficile da superare è accettare un aiuto dall’esterno, a partire dai genitori, che d’altra parte non sanno come fare. Tornare ad avere fiducia nei familiari è il primo passo per aprirsi agli altri, anche agli psicologi, agli insegnanti e a tutti coloro che li vogliono aiutare a uscire dal circolo vizioso della solitudine.
Ecco perché è fondamentale aiutare le famiglie insegnando loro le cosiddette buone prassi. Prima fra tutte, quando ci si accorge che il figlio non vuole andare a scuola, occorre capire che potrebbe non essere un capriccio ma la manifestazione di un disagio. In questo caso non va riportato subito a scuola, ma bisogna iniziare ad allentare la pressione: il ritorno a scuola è l’obiettivo, non lo strumento. Va inoltre sospeso il giudizio sulla sua visione della vita e andargli incontro, comprendendo da dove origina la sua ansia, cioè nella difficoltà di stare nell’ambiente sociale della scuola. Spesso questi ragazzi diventano anche vittime di bullismo proprio per la loro diversità dal comune sentire”.

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