22 Luglio 2024 - 15:08

Messina, Vicenda dell’Avvocatessa Contagiata dall’HIV, Assolti i Medici del Caso dell’Untore Luigi De Domenico

Nel “Caso dell’Untore” di Messina, i giudici hanno emesso una sentenza di assoluzione per i due medici che erano stati accusati di negligenza medica nella gestione della compagna dell’accusato, Luigi De Domenico, deceduta successivamente a causa di un’infezione da HIV non diagnosticata.

Luigi De Domenico, un uomo di 58 anni, è stato accusato di omicidio volontario per aver deliberatamente contagiato la sua compagna, un’avvocatessa messinese di 45 anni, senza rivelarle la sua sieropositività, impedendole così l’accesso alle cure mediche adeguate. Questo tragico episodio ha scosso la comunità di Messina e ha portato a un processo giudiziario lungo e complesso.

Il processo contro De Domenico si è protratto per anni ed è culminato con una condanna a 22 anni di reclusione il 13 ottobre scorso, dopo che il processo originale era stato annullato a causa di un vizio di forma tra i membri della giuria, risolto successivamente dalla Cassazione.

In seguito al processo principale, si è sviluppata una seconda vicenda legata ai medici coinvolti nella cura della paziente. La dottoressa Arianna D’Angelo, ematologa, e il dottor Aldo Molica Colella, reumatologo all’epoca in servizio all’ospedale Papardo, erano stati inizialmente accusati di omicidio colposo per il loro ruolo nella gestione della paziente tra il 2015 e il 2016. Secondo l’accusa iniziale, la dottoressa D’Angelo avrebbe trascurato di diagnosticare la sindrome da HIV, mentre il dottor Molica Colella avrebbe prescritto una terapia che avrebbe aggravato le condizioni della paziente.

Tuttavia, alla fine del processo, anche il pubblico ministero, rappresentato dal procuratore Roberto Conte, ha richiesto l’assoluzione dei due medici, una richiesta che è stata accolta in sentenza.

Gli avvocati difensori dei medici, Nicoletta Milicia e Andrea Pruiti Ciarello, hanno costantemente sostenuto l’appropriatezza del comportamento dei loro assistiti, basandosi sulle linee guida mediche e scientifiche applicabili al caso specifico.

La famiglia dell’avvocatessa deceduta nel 2017 si era costituita parte civile nel processo, rappresentata dagli avvocati Bonni Candido ed Elena Montalbano. Avevano ottenuto che anche i due ospedali che avevano curato la paziente, il Policlinico e il Papardo, fossero considerati responsabili civili nel caso. Entrambi gli ospedali sono stati difesi rispettivamente dall’Avvocatura dello Stato e dall’avvocato Sebastiano Fazio.

Una prima perizia, disposta dal pubblico ministero durante le indagini, aveva già scagionato i due medici dagli addebiti, nonostante fossero stati chiamati in causa inizialmente da una consulenza del giudice istruttore durante l’indagine preliminare.